Don Pietro Margini ovvero un ideale
all’insegna della concretezza.

Voglio passare il mio Paradiso nel fare del bene con voi”. Sono queste le parole che don Pietro Margini indirizza alla Comunità nel suo testamento spirituale. Parole semplici, che però rivelano la cifra del suo sacerdozio: la prospettazione di un ideale alto, da vivere e testimoniare nella concretezza della quotidianità. Alle famiglie e ai giovani che in quegli anni lo avevano accompagnato nel servizio dice, infatti, “ora non cambierà che la modalità di lavoro”.

La storia del sacerdozio di don Pietro Margini comincia ben prima della sua nascita ed è intimamente legata alla Madonna. Nel 1916, nel pieno della prima guerra mondiale e con il marito Dante a combattere sul fronte, la madre affida il figlio in arrivo alla Beata Vergine del Carmelo perché divenga prete. Il voto viene esaudito e don Pietro viene ordinato sacerdote nel 1940. 



Alla Madonna è legato anche un altro episodio centrale della sua vita. Di salute cagionevole, tra il 1943 e il 1944 si ammala gravemente e viene ricoverato presso l’Ospedale San Sebastiano di Correggio, dove è coadiutore. Malgrado le previsioni dei medici che disperano di salvarlo, tanto da predire la sera del 20 febbraio 1944 che non supererà la notte, la mattina del 21 febbraio don Pietro è completamente guarito. Qualche anno più tardi dirà “Quel che è passato in quella notte solo il Signore lo sa… Ma è passata la Madonna”.

La salute cagionevole non gli impedisce di essere instancabile nell’opera pastorale. Insegnante di religione, confessore in un orfanotrofio, assistente dei rami maschile e femminile dell’Azione Cattolica: l’attenzione di don Pietro si rivolge soprattutto ai giovani, convinto della loro capacità di lasciarsi affascinare da proposte esigenti, adatte alla ricchezza del loro cuore. Comincia così un lavoro apostolico innovativo, i cui capisaldi sono una capillare opera di catechesi, la celebrazione del sacramento della riconciliazione, la direzione spirituale e la predicazione di ritiri ed esercizi spirituali. In particolar modo la direzione spirituale diventa il luogo eletto per ascoltare e avvicinare le anime al Signore. I colloqui con don Pietro sono ardentemente desiderati soprattutto dai ragazzi.

 

 

“Potrei chiamare ‘feste dell’ascolto’ le direzioni spirituali, i colloqui con don Pietro tanto desiderati che hanno accompagnato la mia giovinezza. Sapevo preliminarmente che il colloquio con lui sarebbe stata una festa per la gioia che mi lasciava sempre nel cuore. Indipendentemente
dall’argomento del colloquio, che poteva essere anche serio o grave, ma non toglieva nulla alla gioia che si depositava nel profondo. Si giustificano così le alzatacce, soprattutto in inverno, tra le tre e le quattro di notte, le ore passate in auto al freddo davanti alla canonica per tenere il posto e riuscire a incontrarlo il giorno successivo, visto l’afflusso delle persone, soprattutto dei giovani. E i piani avventurosi per non fare scoprire ai genitori queste strane uscite notturne…”

Convinto dell’universale chiamata alla santità nella Chiesa, don Pietro ha proposto ai giovani un ideale alto di vita cristiana, ispirato all’amicizia e alla fraternità. Ed è proprio dall’accompagnamento e dalla preoccupazione per la vita spirituale dei propri figli che è sorta l’intuizione di recuperare lo stile delle prime comunità cristiane. Accortosi della crescente mobilità sociale che favoriva la precarietà delle relazioni e ostacolava la cura della vita spirituale, don Pietro decide di proporre un ideale di vita comunitario. I primi destinatari di questa proposta sono giovani coppie di fidanzati che presto saranno sposi. Nel 1957 nasce così la prima piccola comunità di famiglie. L’idea di comunità si realizza, però, anche in altri luoghi e prima di tutto nella parrocchia. Alla concezione della parrocchia come semplice realtà territoriale che offre un “servizio religioso”, don Pietro preferisce quella di una vera e propria comunità di credenti, fondata sulla gioia del servizio profondamente vissuta da ogni suo membro.

Sono passati trentuno anni dalla nascita al cielo di don Pietro e, davvero, si può dire che egli abbia prestato fede alla sua promessa. Sono tante le giovani coppie che ancora oggi si lasciano appassionare dall’ambizione di realizzare un’autentica amicizia e una reale condivisione di vita, concretizzandolo nelle piccole comunità, così come sono numerosi i giovani che grazie alla testimonianza di don Pietro hanno risposto alla vocazione sacerdotale. L’intuizione di don Pietro non è rimasta confinata a Sant’Ilario d’Enza, dove è stato parroco per più di trent’anni. Il desiderio di vivere i carismi da lui promossi – l’amicizia, la famiglia, la comunità – ha oltrepassato i confini di un piccolo paese della Bassa reggiana per radicarsi in nuovi territori (addirittura altri continenti – pensiamo al Madagascar!) e diffondersi tra tutti coloro che non sono rimasti indifferenti ad un ideale di autentica comunione, in un tempo in cui solitudine e individualismo appaiono sempre più diffusi.

Elisa Cospito

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